Pratica Legale

Relazione ANPA sul D.L. 21-05-03, n. 112

Relazione A.N.P.A. in data 4.06.2003 innanzi alla Commissione Parlamentare Giustizia della Camera dei Deputati in ordine al decreto-legge 21/05/2003, n° 112
[–Omissis–] “Venendo al merito del decreto legge 112/03 l’A.N.P.A., preliminarmente, esprime la propria convinzione, in adesione alla ratio movente dello stesso, che l’attuale sistema di accesso alla professione forense debba essere riformato, al fine di garantire un più equo e, soprattutto, qualificato ingresso alla carriera di avvocato delle migliaia di tirocinanti .

E’ proprio questa profonda convinzione, tuttavia, che ci induce ad esprimere forti perplessità afferenti il provvedimento in oggetto, incapace, a nostro avviso, di risolvere quest’atavico problema.
Già con riferimento alla forma adottata rileviamo che non ravvisiamo nella fattispecie quei requisiti di necessità ed urgenza (cfr. documento allegato n°1), idonei a giustificare (ex art.77 Cost.) un’approvazione a mezzo di decreto legge, tanto più in una materia che da oltre un decennio è oggetto di discussione e studio (basti pensare che già nel 1997 l’autorità garante della concorrenza ed il mercato stigmatizzava un sistema dove coloro che già sono avvocati “si sono trovati nella condizione di dettare e applicare le regole del gioco cui partecipano i propri iscritti”, il tutto a riprova del carattere non transeunte del problema e della necessità di risolverlo in senso liberale e non irragionevolmente restrittivo).

Quanto al merito ed alla correlata introduzione del divieto di utilizzo dei codici commentati con la giurisprudenza, riteniamo irragionevole privare l’aspirante avvocato, nel momento in cui viene valutata la sua idoneità ad esercitare la professione, di un normale strumento a supporto della stessa. Nondimeno, non ci è dato scorgere il fine di una tale innovazione, atteso che la stessa non rende “migliore” la selezione, anzi mortifica chi ha imparato ad esercitare la professione, utilizzando gli strumenti ad essa normalmente pertinenti. Se, poi, tale espediente doveva tendere ad una “maggiore” selezione, come pure irragionevolmente paventato nella relazione di accompagnamento al d.l., la misura è destinata a rivelarsi ugualmente inidonea, considerato che la stessa limitazione varrà per tutti e livellerà verso il basso, inevitabilmente, le prove, non permettendo nessuna differenziazione e allontanando, semplicemente, la selezione formale dai canoni propri del reale confronto professionale.

Venendo alle modifiche relative al cd. “turismo forense”, l’A.N.P.A., annoverando tra le proprie fila, previa verifica interna statutariamente prevista, solo coloro che svolgono effettivamente la pratica forense, condivide la ratio di fondo, connessa ad evitare furberie ed usi distorti del diritto di trasferirsi presso altri Fori.L’Associazione Nazionale Praticanti e Avvocati parimenti osserva che se un uso distorto (tramutatosi talvolta in abuso) è invalso, ciò è da ricondurre alle carenze ed alle deficienze di un sistema che, creando forti sperequazioni, ha costretto migliaia di praticanti a tentare di aggirarlo. L’ANPA, ben lungi dall’avallare un tale stato di cose, ritiene che il rimedio vada ricercato in una riforma organica, perequativa e complessiva dell’accesso, piuttosto che nell’eccessiva limitazione di uno strumento che, tra l’altro, gode di tutela costituzionale (art. 16 cost.),nonché comunitaria.

Le misure adottate nel d.l., invero, non vanno in questa auspicata direzione, ma tendono solo a cristallizzare la situazione attuale, senza che venga approntato un disegno organico, liberale, realmente tendente alla formazione ed alla effettività della pratica, che risolverebbe a monte il problema dei trasferimenti, facendone venir meno l’esigenza e l’utilità.

Quanto alla introduzione dei c.d. “compiti e candidati itineranti”, inoltre, non possiamo non rilevare, in via del tutto preliminare, che si tratta di un provvedimento lesivo della dignità professionale di quei potenziali commissari che, evidentemente, non vengono ritenuti sufficientemente idonei a giudicare, secondo canoni di obiettività e meritocrazia. In tal caso si propende paradossalmente per la sostituzione ad un “turismo forense consapevolmente scelto” (quale quello sopra meglio specificato), una nuova forma di turismo dei praticanti avvocati ,questa volta coattivo, al momento dell’esame orale con relativo aggravio a loro carico delle spese dei trasferimenti.

Invero i candidati saranno costretti a sobbarcarsi l’onere, non solo patrimoniale, di spostarsi fuori sede. E’ sconcertante pensare che, a fronte di una copertura finanziaria del d.l. pari a soli € 17.000, i 50.000 praticanti che a giugno 2004 dovranno sostenere la prova orale, saranno costretti a sborsare una cifra vicina ai 7.500.000 di Euro (per una spesa, approssimata certamente per difetto, di 150.00 Euro pro-capite). Ci sembra un’illogica e lesiva traslazione di spesa dalle cassa statuali a quelle, spesso men che languide vista la natura essenzialmente gratuita della pratica forense, degli aspiranti avvocati

A ben vedere, un tale sistema affidato meramente al caso risulta peraltro tacciabile in linea generale di contrarietà al principio di eguaglianza, in quanto determinerà un sistema nel quale alcuni candidati, più fortunati, godranno del sorteggio di una commissione favorevole, mentre altri, immotivatamente discriminati, subiranno le conseguenze di un “accoppiamento” meno propizio, con buona pace dell’uguale trattamento e di una reale meritocrazia perequativa.

Anche qui, non si capiscono gli scopi del Decreto Legge poiché, se non ci si adopera per attuare riforme più complessive ed organiche, questo svincolarsi dalla territorialità non comporterà né meno abilitati, né un innalzamento della qualità dell’avvocatura, ma solo un’assegnazione casuale dei benefici di commissioni ritenute più favorevoli

Quanto meno curioso e fantasioso, poi, definiamo il sistema di “viaggio assistito” dei compiti, vaganti, a bordo di furgoni, per lo Stivale,sulla cui opportunità , per carità di Patria, preferiamo non dilungarci.
In generale, dunque, il D.L. in esame è da ritenersi incostituzionale nelle forme (carenza di necessità ed urgenza), inopportuno nel merito (pregno di misure parziali, illogiche ed inidonee a risolvere i problemi esistenti) e destinato ad essere tacciato di illiberalità e contrarietà ai principi della concorrenza e del mercato, rischiando seriamente la scure del Commissario europeo per l’Antitrust e del Garante per la concorrenza ed il mercato.

Inutile soffermarsi oltremodo sulla inopportunità poltico-elettolaristica dell’adozione , a mezzo della decretazione d’urgenza in discussione, di misure talmente impopolari che potrebbero “veicolare” altrove circa 100.000 voti.

Invero il problema dei 50.000 praticanti, con cui solidarizzano migliaia di giovani Colleghi abilitati, diventa il più delle volte un dramma “familiare”, aggravato dal fatto che nelle altre libere professioni ,in primis ingegneria, ricorrono delle percentuali pari all’80,90% dei candidati,senza che ad alcun venga in mente di limitare anche gli altri mercati professionali.
Non si deve dimenticare come il sistema di accesso italiano sia stato più volte oggetto di giuste critiche, per le sue incongruenze financo con altri sistemi di accesso (i praticanti avvocati spagnoli, senza esame di abilitazione, possono venire ad esercitare in Italia, come “avvocati stabiliti”, con enorme danno per i praticanti nostrani, già frustrati da un ingresso sul mercato in età più tarda, rispetto ai colleghi europei).
E’ inaccettabile, inoltre, una riforma che vuole identificare l’unico problema del sistema di accesso con l’alto numero di praticanti che ogni anno si abilitano, giacchè ben altri sono gli aspetti da rivedere, lasciando che un sistema basato sul libero mercato e sulle leggi della concorrenza selezioni i professionisti migliori e nel contempo garantisca un alto livello di professionalità.

Osservazioni ugualmente critiche, poi, si debbono fare in relazione al metodo adottato per addivenire alla riforma. Il CNF, pur prodigandosi in una giusta e lodevole attività consultivo-propulsiva, ha ritenuto di non fare proprie, com’è ovviamente nelle sue legittime prerogative,le istanze e le richieste presenti in un articolato documento (cfr. documento allegato n°2) tendente a sconfiggere uno dei reali problemi del sistema formativo dell’avvocatura: la pratica fittizia. Tutto ciò non è bastato e si è pensato bene di arrivare ad uno stralcio, largamente emendabile come s’è osservato, qual è quello di cui oggi dibattiamo.

Ad ogni modo, coerentemente con una posizione costruttiva che ci caratterizza da sempre, riteniamo nostro dovere formulare una precisa richiesta, in ordine alla indefettibile riforma del sistema di accesso. Preliminarmente, l’ANPA ha presentato, per mezzo dell’onorevole Volontè, una proposta di legge alla quale rimandiamo (AC 1202/2001, in allegato: documento n° 3), che tende a privilegiare la formazione rispetto alla selezione, garantendo l’effettività della pratica forense ed un ingresso automatico per chi dimostri di aver svolto tale tirocinio per tre anni.
Tale progetto di Legge prevede un accesso “binario” alla professione forense. Invero i praticanti avvocati che non dovessero superare l’esame di abilitazione per tre volte di seguito, verrebbero iscritti all’Albo degli Avvocati di diritto, previa adeguata certificazione di avere esercitato la professione forense quali patrocinatori legali, avendo patrocinato un predeterminato numero cause per le quali gli stessi sono abilitati.Come appare chiaro, si tratta di un sistema duale simile a quello adottato per l’abilitazione al patrocinio presso le Giurisdizioni Superiori (Cassazione).In tal modo si potrebbe valutare realmente l’ idonea “capacità all’ esercizio della professione” (Direttiva 89/48/CEE).Questo tipo di accesso “binario” alla professione non contrasterebbe con l’art. 33 comma 5 della Costituzione che prevede un esame di Stato obbligatorio per l’accesso alle libere professioni, atteso che “il legislatore può stabilire che in taluni casi si prescinda dall’esame di Stato, quando vi sia stata in altro modo una verifica di idoneità tecnica” (Sent. Corte Cost. n. 5/1999).

In generale, la realtà del quotidiano confronto col sistema di formazione ci porta a ritenere che l’unica riforma possibile sia quella che prenda in esame tutti i momenti dell’iter formativo e non solo l’esame finale. Non si può pensare di ignorare una formazione universitaria essenzialmente teorica ed inidonea a formare l’allievo, in vista del confronto con il contesto lavorativo, così come non si può non prendere atto di una pratica forense che spesso è fittizia, quasi sempre è gratuita (nonostante la precisa disposizione dell’art. 26 del codice deontologico forense) e raramente è “assistita”, ovvero accompagnata da percorsi formativi post-lauream che rendano reali i propositi, tante volte sbandierati, di tendere ad una formazione continua.

Se tutto ciò fosse inverato a nulla varrebbero le inutili disquisizioni sulle medie di promossi e le commissioni giudicanti, giacchè la qualità dei formati sarebbe garantita da un sistema finalmente efficiente, dall’inizio alla fine, e l’esame diventerebbe ciò che deve essere, vale a dire una valutazione della concreta idoneità all’esercizio di una professione e non un concorso di natura essenzialmente teorica.

E’ per questo che l’ANPA manifesta la sua contrarietà, come sopra illustrata e motivata, alle disposizioni del D.L. 112/03 e ne chiede il ritiro, confidante nella capacità di analisi dei Suoi rappresentanti parlamentari, in vista di una riforma organica, da attuarsi con legge ordinaria, con metodo concertativo e rivedendo il sistema, nel più breve tempo possibile, in tutte le sue fasi, ugualmente contraddistinte, oggi, da elementi patologici.

In tal senso richiede che la riforma venga fagocitata all’interno della cd “Commissione Vietti” affinchè possa essere coordinata nella più vasta riforma delle libere professioni.

In subordine, chiede che il d.l 112/03 venga modificato, quantomeno, nella parte in cui prevede l’istituzione dei “compiti- candidati itineranti” ed il divieto di consultazione dei codici commentati.

Sia chiaro che l’A.N.P.A. insieme ai Suoi rappresentati, pur accolti gli emendamenti di cui sopra, manterrà un giudizio assolutamente negativo sul provvedimento governativo de quo, nonché sui deputati che daranno il proprio avallo ad una misura ,a nostro modesto parere, illiberale.

In via generale, l’ Associazione Nazionale Praticanti e Avvocati invita questa Spettabile Commissione ad orientarsi in senso liberale e concorrenziale, tendendo alla obbligatorietà della formazione e non della selezione, in modo da uniformare ogni intervento a quelle che sono le istanze comunitarie e nazionali, pacificamente orientate alla qualità dei servizi ed alla libera concorrenza nel mercato, per la tutela dell’Avvocatura e, soprattutto, del cittadino che di detto servizio fruisce.

L’A.N.P.A., infine, ritiene che vada tutelato non solo l’accesso formale alla professione, ma anche l’accesso sostanziale alla stessa, oggi ostacolato dalle normative sulla difesa d’ufficio e, soprattutto, sul gratuito patrocinio. Perciò chiede che dette normative, oggi lesive del diritto di difesa del cittadino e del principio di uguaglianza sostanziale, siano modificate in modo da non prevedere limitazioni in ordine all’anzianità professionale, ovvero, in subordine, siano uniformate tra loro, riconducendo la normativa sul gratuito patrocinio nei limiti previsti per la difesa d’ufficio (2 anni soltanto di anzianità richiesta).

L’Associazione Nazionale Praticanti e Avvocati si affida al buon senso dei massimi Rappresentanti della nostra Nazione , al fine di evitare l’adozione di misure che risulterebbero inconciliabili con l’aspirazione al progresso spirituale e materiale del nostro Paese.”

Roma, lì 04/06/2003

Gaetano Romano – Presidente Nazionale A.N.P.A.

Francesco D’Amato – Consigliere Nazionale A.N.P.A.

ANNUNCI GRATUITI per AVVOCATI
To Top
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: