Pratica Legale

I Praticanti ed i Giovani Avvocati sul Corriere Economia del Corriere della Sera

Di seguito i due articoli pubblicati sul Corriere Economia, supplemento gratuito del Corriere della Sera, del 24.10.2005 pg 27 dal titolo “Avvocati sul banco degli imputati” e del 07.11.2005 pg 31 dal titolo “Dura la Vita per i Giovani Avvocati”

da “Professioni & Futuro” del Corriere Economia

“Avvocati sul banco degli imputati”

L’INTERVISTA – Gaetano Romano, 33 anni, presidente dell’Anpa, che riunisce i praticanti e i legali con meno di sei anni di abilitazione

“Esami impossibili e continue chiusure, i principi del Foro osteggiano in tutti i modi i più giovani”

DI FELICE FAVA

Nel mondo delle libere professionisti è in atto un vero scontro generazionale. Da una parte si trovano i rappresentanti degli Ordini e delle associazioni, professionisti maturi e affermati mossi dalla volontà di difendere le rendite di posizione, dall’altra le nuove leve che sgomitano per farsi largo in un ambiente chiuso e corporativo. A dipingere il quadro della situazione è Gaetano Romano, 33 anni, di Messina, presidente dell’Anpa, l’Associazione nazionale praticanti e giovani avvocati, dove per giovani significa non potere vantare oltre sei anni di abilitazione professionale.

Perché parla di scontro generazionale?

“I rappresentanti degli ordini stanno alzando gli sbarramenti per rendere sempre più arduo inserirsi nella professione forense. Esiste un problema di accesso formale, vale a dire ottenere l’abilitazione, e uno di tipo sostanziale, cioè la concreta possibilità di lavorare. Il primo scoglio da superare riguarda l’esame di Stato: nel 2004, a livello nazionale, solo il 43% è riuscito a passare la prova scritta”.

Forse i bocciati dovrebbero studiare di più, non le pare?

“Forse, ma siamo soprattutto convinti che vi sia la volontà di complicare la vita ai candidati, inasprendo le selezioni. Per questo ci siamo appellati al garante della concorrenza e alla competente Commissione europea”.

Addirittura, per chiedere promozioni d’ufficio?

“No, per diminuire il numero dei professionisti avvocati presenti nelle commissioni giudicatrici, di vigilare sulle modalità di valutazione e sull’effettiva correzione degli elaborati, introducendo anche l’obbligo di motivare l’esito del giudizio, con preciso riferimento ai criteri previsti. Intendiamo così impedire che venga deciso a tavolino il numero dei promossi, indipendentemente dal livello di preparazione dei candidati”.

I vostri dissidi con l’Ordine finiscono qui?

“No, dal momento che un candidato si trova costretto a ripetere anche per nove volte l’esame, chiediamo l’estensione del patrocinio legale, vale a dire la possibilità di esercitare l’attività in attesa dell’abilitazione, oltre i sei anni”.

Sul fronte del lavoro, avete altre recriminazioni?

“Certo, perché la situazione è insostenibile: chi non è figlio di avvocato e non ha uno studio legale alle spalle, se la passa davvero male”.

Gli inizi sono difficili per qualunque professione.

“E’ vero, ma si dovrebbe facilitare i giovani, abolendo le tariffe minime. Infatti, dovendo pagare un onorario stabilito dall’ordine, un cliente preferisce rivolgersi a uno studio legale già conosciuto. Liberalizzando il mercato e praticando tariffe concorrenziali i nuovi avvocati avrebbero più possibilità di lavoro, quindi di farsi apprezzare”.

Cosa ne pensa l’Ordine degli avvocati?

“Che senza tariffe minime si correrebbe il rischio di diminuire la qualità delle prestazioni. Ciò non è vero. I giovani sono più aggiornati professionalmente e per affermarsi hanno tutto l’interesse a garantire un servizio adeguato”.

Quando i dissidi si alimentano di questioni economiche, diventa complicato trovare una soluzione, non è così?

“Sì, e lo scontro è pericoloso. I rappresentanti degli ordini, nella stragrande maggioranza professionisti di lungo corso, temono la concorrenza dei giovani, ma invece di osteggiarli, farebbero meglio a considerarli una grande risorsa, è nel loro interesse”.

E perché mai?

“Il motivo è semplice: saranno le nuove leve a garantire loro un domani la pensione: Purtroppo per noi giovani è difficile farci ascoltare. Nell’Ordine degli avvocati contano poco e i praticanti non hanno neppure diritto di voto”.

Anche per le tariffe minime vi siete rivolti all’Antitrust?

“No, l’Italia su questo tema è già stata messa in mora dall’Unione Europea e penso possa bastare questa autorevole presa di posizione, attendiamo sviluppi”.

In Italia vi sono circa 158 mila avvocati, uno ogni 360 abitanti circa, uno ogni 120 famiglie. Non sono troppi?

“Ma di questi, secondo i dati della cassa autonoma di previdenza, quelli che esercitano effettivamente la professione sono 120 mila”.

Però i praticanti e i giovani avvocati sono già 60 mila. Ogni anno se ne aggiungono altri 10 mila. Come spiega così tante vocazioni?

“Le libere professioni in Italia esercitano ancora molto fascino nei confronti dei giovani, a torto o a ragione sono considerate attività di prestigio. Dal 1992 con il numero chiuso a medicina, molti studenti si sono indirizzati verso le facoltà di giurisprudenza”.
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“Dura la vita per i Giovani Avvocati”

L’indagine Solo attorno ai 35 anni si comincia a guadagnare. Studi italiani, inglesi e americani messi a confronto dalla rivista «Top Legal»

Il presidente Romano: «Il sistema penalizza le nuove leve». Al Sud la maglia nera degli «incassi»

Quella dell’avvocato è una professione lenta, come direbbe Adriano Celentano, non è rock. In effetti, a un accesso difficoltoso corrispondono guadagni lenti, anzi lentissimi. Dopo la laurea, tra pratica, patrocinio, esame di Stato, occorrono 8-9 anni per svolgere a pieno titolo l’attività forense. Solo verso i 33-35 anni s’incomincia a guadagnare in modo dignitoso, giusto per vivere. Nel caso di ripetute bocciature all’esame, fenomeno frequente, considerate le difficoltà di superarlo, ci si riesce a mantenere solo verso i 40 anni. «Se abbiamo faticato noi a farci strada nel mondo del lavoro – dice Guido Alpa, presidente del Collegio nazionale forense – è giusto che fatichino gli aspiranti avvocati di oggi. Secondo il nostro codice deontologico per i giovani praticanti è previsto una specie di rimborso spese. Negli studi di Genova, una piazza poco incline a sperperare denaro, dopo il primo anno di pratica vengono dati 600 euro mensili. Per i professionisti iscritti all’Ordine la situazione territoriale è divergente. Secondo la Cassa autonoma di previdenza, gli avvocati del Sud guadagnano molto meno: hanno introiti annui di 21 mila euro lordi, mentre la media nazionale si aggira sui 40-45 mila euro». Ma non tutti rispettano la deontologia.
«La maggioranza degli studi legali – sostiene Gaetano Romano, presidente dell’Anpa, l’Associazione nazionale praticanti e giovani avvocati – non paga i praticanti. Per chi non è figlio di avvocato e non gode dei vantaggi di uno studio avviato, la situazione è difficile: si è in balia di un mercato che penalizza le nuove leve. Anche una volta superato l’esame di Stato la situazione non migliora molto perché, con le tariffe minime imposte dall’Ordine, i giovani avvocati sono svantaggiati rispetto ai professionisti già conosciuti: Per poter allargare il raggio della clientela dovrebbero praticare onorari più competitivi».
Se non si viene assunti come dipendenti da un’azienda, la professione forense viene svolta in modo libero. Sono due le possibilità di guadagno: o si apre una propria attività da soli o con altri colleghi per dividersi le spese, oppure si lavora al servizio degli studi legali. Anche in questo caso le differenze sono sostanziali e il pagamento avviene tramite contratti libero professionali.
La rivista «Top Legal», mensile specializzato reperibile nelle principali librerie, per la prima volta in Italia ha svolto un’indagine approfondita sui guadagni dei giovani avvocati, pubblicata sul numero di ottobre. I dati evidenziano gli importi annui lordi, cui va detratto il 25-45% per le trattenute previdenziali e fiscali.
Dalla ricerca comparativa effettuata su 20 studi legali presenti in Italia (vedi tabella) emerge che quelli internazionali pagano in genere meglio i giovani avvocati. Si arriva anche a compensi di 70 mila euro lordi annui già al primo anno. Gli studi italiani elargiscono compensi inferiori, anche man mano cresce il numero di anni di attività professionale svolta. L’indagine mette inoltre a confronto la situazione del nostro Paese con ciò che succede all’estero. Gli appannaggi degli studi inglesi e statunitensi sono più vantaggiosi. Nel primo anno di attività la media delle retribuzioni percepite dagli avvocati degli studi della City di Londra è di 81 mila euro, quella di Wall Street a Ney York 115 mila euro. Al quarto anno di attività i compensi salgono sensibilmente: a Londra si arriva a 112 mila euro, a New York a 168 mila euro.
Ma cosa suggerire a un giovane per inserirsi in un ambito lavorativo difficoltoso? «Puntare – consiglia Aldo Scaringella, editore della rivista «Top Legal» – all’eccellenza nella preparazione e arricchire il proprio percorso. La pratica in uno studio tradizionale, se non accompagnata da esperienze all’estero, anche facendo lavoretti occasionali, non ha lo stesso valore. I giovani avvocati o praticanti di provincia non devono guardare a questo mondo come a qualcosa che non gli appartiene e da cui sono lontani. Devono pensare che la gente che ci lavora è come loro, con le stesse aspirazioni e gli stessi sogni. Il mondo degli studi d’affari è a portata di tutti, a patto che si abbia un buon curriculum».

www.corriere.it/edicola/economia.jsp?path=TUTTI_GLI_ARTICOLI&doc=APRaa

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