Autore Topic: Calcolo del termine della prescrizione  (Letto 57092 volte)

c3po

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Calcolo del termine della prescrizione
« il: 01 Feb 2009, 12:52 »
Salve a tutti, supponiamo che un reato si sia consumato in data 01/01/2006, il massimo della pena sia di 8 anni e che il primo atto interruttivo avvenga nel 01/01/2008.

Prima ipotesi: senza alcun atto interruttivo: il reato si estinguerà per prescrizione in data 01/01/2004, penso che su questa prima ipotesi non ci siano dubbi.

Seconda ipotesi: il primo atto interruttivo si  è manifestato in data 01/01/2008, in tal caso la prescrizione sopraggiungerà in data 01/01/2018. (calcolo data atto int. + pena massima maggiorata di 1/4)

Ciò che mi crea maggior perplessità è il rapporto tra i successivi  atti interruttivi ed il nuovo decorso della prescrizione, ad esempio, supponiamo che venga a manifestarsi un'ulteriore atto interruttivo in data 01/01/2009, in tal caso la prescrizione dovrebbe manifestarsi in data 01/01/2019, giusto? (data 2 atto interruttivo, più pena massima + 1/4,)

Dunque, ricapitolando , nella prima ipotesi se non sopraggiungerà alcun atto interruttivo la prescrizione maturerà in data 01/01/2004. :?:

Nella seconda ipotesi, invece, se dal primo atto interruttivo al secondo atto dovessero trascorrere + di 10 anni (pena massima maggiorata di 1/4), si verrebbe a configurare una prescrizione di carattere intermedio, giusto?



ildementecolombo

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #1 il: 01 Feb 2009, 13:52 »
Mi hai fatto venire il mal di testa.....

La prima ipotesi è impossibile. La seconda, secondo me, sbagliata.

Fatto 01.01.2006 con pena massima di 8 anni si prescrive il 01.01.2014.

Se ci sono atti interruttivi PRIMA dello scadere degli otto anni si aumenta fino al massimo di 10 anni (8 più un quarto di 8, ovviamente se non siamo in caso di recidive per cui l'aumento è maggiore del quarto), quindi fino al 01.01.2016.

Se il primo atto interruttivo fosse dopo 1 anno (es. 01.01.2007) si prescriverebbe il 01.01.2015. Se il primo, o un successivo, avviene il 15.06.2007, si prescriverà il 15.06.2015.

Se avviene il 01.01.2008 (o in qualunque data successiva) si prescrive il 01.01.2016 ....

...naturalmente se la prescrizione si sospende per qualche motivo (atti alla Corte Cost, o rinvio per impedimento difensore o imputato...) scadrà dopo la data massima del 01.01.2016.

Può essere pure che mi sbagli io...

Ciao

c3po

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #2 il: 01 Feb 2009, 15:39 »
Ciao Dem,
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Prima ipotesi: senza alcun atto interruttivo: il reato si estinguerà per prescrizione in data 01/01/2004

hai ragione ho sbagliato nella trascrizione della data, è il 2014!!
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Se il primo atto interruttivo fosse dopo 1 anno (es. 01.01.2007) si prescriverebbe il 01.01.2015.

In ordine a questo punto, la prescrizione non dovrebbe maturare il nel 2017 (8 anni + 1/4)
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Se avviene il 01.01.2008 (o in qualunque data successiva) si prescrive il 01.01.2016 ....

e di conseguenza anche qui, il tutto dovrebbe prescriversi il 2018.
Mi sfugge qualcosa, io sto diventando pazzo ed a te sto facendo venire il mal di testa...  :D  :D

ildementecolombo

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #3 il: 01 Feb 2009, 20:04 »
Prova a rileggere gli artt. 157 c° 1 e 2, 158 c°1, 160 c° 3, 161 c° 2 (e per la sospensione il 159 c° 3) e dimmi perchè arrivi a quella soluzione.

Bakunin

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #4 il: 01 Feb 2009, 23:49 »
Scusa, la cosa è molto semplice ...
fatti salvi i casi di sospensione, che quindi allontanano la data ...
se non abbiamo sospennsione ...
reato 2006
Il reato si prescriverà COMUNQUE nel 2016 (8 + 1/4) a patto che prima, tra due atti interruttivi non decorra un termine di otto anni ... esempio reato 2006, attto interruttivo 2007 .. poi niente, si prescrive nel 2015

c3po

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #5 il: 02 Feb 2009, 12:04 »
Mille grazie ad entrambi.
Non so perchè ma non riuscivo a comprendere il meccanismo di calcolo in ordine agli atti interruttivi.
Ieri mentre cercavo la luce, mi sono imbattuto in un'articolo di approfondimento dottrinario sulla prescrizione del Prof. Giostra, lo posto perchè l'ho trovato molto interessante.

c3po

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #6 il: 02 Feb 2009, 12:21 »
PRESCRIZIONE PENALE
Il problema della prescrizione penale: aspetti processuali(*)(*)
GLAUCO GIOSTRA
FONTE
Giur. It., 2005, 11
Tra le mie remote reminiscenze di scienze naturali è rimasta in tutti questi anni impigliata nella memoria — non so spiegarmi perché — una singolarità zoologica: l’ornitorinco. Depone uova come gli uccelli e allatta i piccoli come i mammiferi; ha il becco di un’anatra e la coda simile a quella del castoro; è dotato di un apparato riproduttore tipico dei rettili e di ghiandole mammarie caratteristiche dei mammiferi.
Ho sempre pensato che la prescrizione fosse l’«ornitorinco» del nostro sistema penale. I piú dicono che abbia natura sostanziale. Probabilmente la tesi meno discutibile. Eppure: non incide sull’illiceità (art. 198 c. p.; art. 236 c. p.); se interviene in appello dopo una sentenza di condanna di primo grado, non preclude una pronuncia sui capi della sentenza che concernono gli interessi civili (art. 578 c. p. p.); la formula con cui si dichiara è «di non doversi procedere» (art. 531 c. p. p.), la stessa impiegata per il difetto di una condizione di procedibilità (art. 529 c. p. p.). Non è peraltro soltanto un problema d’ordine nomenclatorio, tassonomico. Incertissima appare anche l’opzione di politica criminale che le è sottesa. Si dice che la ratio riposi nel presumibile oblío che scolora il fatto di reato dopo un certo periodo di tempo, ma poi la scadenza dei termini prescrizionali può cadere durante il processo, vale a dire — è stato efficacemente puntualizzato — mentre l’ordinamento sta celebrando questo «rito della memoria» . Si dice che tuteli la prova, che perde di «efficienza» dimostrativa man mano che ci si allontana dal fatto. Ma il tempo — nel caso di inerzia — lavora piú a danno di chi ha l’onere della prova, cioè dell’accusa; per contro, se la macchina giudiziaria si è messa in moto sollecitamente, la prescrizione ne «spegne il motore» anche quando le prove siano già state raccolte e valutate, e ci si trovi dinanzi alla Corte di cassazione. Si dice che il decorso del tempo cambi le persone e quindi non avrebbe senso giudicarle dopo molti anni quando sono ormai diverse da quelle del tempus commissi delicti, eppure sono previsti i reati imprescrittibili. Del resto, per coglierne la finalità incerta e sfuggente, basterebbe proiettare l’istituto della prescrizione sul titolo di questo convegno: non potrebbe con pari plausibilità essere annoverato tra i rimedi e tra gli ostacoli di una giustizia sollecita?
Vagolavo ancora tra queste nebbie, quando, all’indomani della sentenza del processo Sme, che proscioglieva il Presidente del Consiglio per prescrizione uscirono come da un termitaio impazzito orde di sedicenti penalisti e processualpenalisti, che con voce stentorea si assunsero il compito di chiarire, senza tentennamenti ed ambiguità — oggi si direbbe senza «se» e senza «ma» — quale fosse la ragione politico-istituzionale della prescrizione. È stato un piacere poter ascoltare tanti pareri autorevoli e disinteressati su una tematica cosí controversa. Uno in particolare: quello che definitivamente chiariva come la prescrizione assicuri la ragionevole durata dei processi, facendo scendere la mannaia su quello che oltrepassi i confini temporali da essa imposti ed impedendo l’esame nel merito della res iudicanda. Un’affermazione doppiamente falsa, che mi è servita per capire che qualcosa cominciava finalmente ad essermi chiara: sapevo ciò a cui la prescrizione sicuramente non è deputata. Non si può seriamente asserire, infatti, né che sia sempre ragionevole la durata del processo che si inscriva nei termini prescrizionali, né che sia sempre irragionevole quella che li travalichi (non a caso l’Italia può «vantare», in ambito europeo, il maggior numero di proscioglimenti per prescrizione e il maggior numero di condanne da parte della Corte di Strasburgo per irragionevole durata dei processi). Ciò è vero — come vedremo subito — in qualsiasi modo si disciplini la prescrizione; ma è clamorosamente incontrovertibile con riguardo all’attuale normativa, imperniata su un periodo base a cui viene saldamente incernierato un prolungamento massimo della metà, qualora prima della sua scadenza si avvii — qui semplifico, per comodità — il processo.
Non voglio usare l’argomento troppo facile, ma inespugnabile, dei reati imprescrittibili e, quindi, in quest’ottica, dei processi eterni. Mi astengo dal sottolineare che una ragionevole durata commisurata ad un arco prescrizionale di trenta o di ventidue anni e mezzo sarebbe irragionevole prima che incivile. Neppure vorrei far notare, per contro, che un processo iniziato in prossimità della scadenza di una prescrizione quinquennale non riesce ragionevolmente a completarsi nei due anni e mezzo che residuano (ridotti, con la c.d. «proposta ex Cirielli», a un anno e mezzo) prima che scenda la «saracinesca» della prescrizione. C’è un motivo ancor piú radicale, che mi spinge a non dare credito a questa chiave di lettura. Se la ragionevole durata del processo va misurata sul tempo necessario e sufficiente per l’espletamento delle garanzie giurisdizionali, non ha molto senso collegarne la commisurazione alla gravità del reato: un reato dall’agevole accertamento, anche se gravissimo, non può giustificare un processo lunghissimo; per contro, uno di estrema complessità probatoria, ancorché di modesta entità, ben potrebbe legittimare un processo non breve.
La prescrizione, dunque, è istituto funzionalmente inidoneo a realizzare un processo di ragionevole durata, nel senso sopra precisato. L’ha chiarito benissimo la Corte di Strasburgo: la ragionevolezza non può essere determinata con l’enunciazione di un termine «in giorni, settimane, mesi, anni o periodi variabili a seconda della gravità del reato» (Corte eur. 10 novembre 1969, Stögmüller), poiché il criterio di ragionevolezza dipende dalle circostanze concrete della fattispecie, e si esprime soprattutto con valutazioni ex post dei provvedimenti adottati, le quali debbono tener conto di una varietà di parametri, che vanno dalla complessità del caso al numero degli imputati, dalla condotta dell’autorità giudiziaria a quella delle parti private. La verità è che, pur nel rispetto dei termini prescrizionali, si può celebrare un processo dall’irragionevole durata; ma può anche capitare, sebbene piú raramente, che la prescrizione tronchi procustianamente un processo che si sarebbe potuto definire nel merito in un tempo ragionevole, poiché registrava ritardi giustificati. La prescrizione — quindi — non è istituzionalmente vocata ad assicurare la ragionevole durata: quando scende la sua «sciabolata» non si ha mai, per definizione, un processo che nel tempo necessario e sufficiente è pervenuto alla sua fisiologica conclusione. La prescrizione può fissarne ex ante una durata legale, mentre la ragionevolezza della durata può essere predicata solo ex post, dopo aver escluso che si siano verificati ingiustificati differimenti. Se ben calibrato, e non è certo il caso del nostro, il meccanismo prescrittivo può, semmai, indirettamente sollecitare un giustizia piú rapida e, qualora fallisca, impedirne una dall’irragionevole durata.
Credo che molte delle incertezze nell’inquadramento del fenomeno prescrizionale siano dovute alla sua attuale disciplina normativa: un periodo base di prescrizione del reato, che decorre nuovamente ogniqualvolta si verifichi un atto interruttivo, purché non ne derivi un prolungamento di piú della metà. Si finisce in tal modo per fondere e confondere in un unico compasso cronometrico il tempo dell’inerzia e il tempo dell’intervento giudiziario. Cosí disciplinato, l’istituto della prescrizione appare, per dirla con Roland Barthes, «in difficoltà di senso». Non vi è una sola delle sue possibili giustificazioni politico-criminali, che possa valere sia per la prescrizione maturata prima del processo, sia per quella maturata in itinere iudicii. Probabilmente dobbiamo questa commistione ad una non ben governata sedimentazione storica.
Bisogna sciogliere questa ambiguità vocazionale distinguendo — come del resto avviene, pur con soluzioni anche sensibilmente diverse, in Francia, in Germania ed in Spagna — la durata della punibilità dalla durata dell’accertamento giudiziario — alias, la prescrizione del reato dalla prescrizione del processo — diversi essendo la ratio, gli interessi in gioco, il parametro di commisurazione, la tecnica di tutela, gli effetti. Un conto è la funzione di stabilità sociale che può essere svolta dalla non perseguibilità di fatti ormai lontani nel tempo; un conto è l’interesse della persona accusata di un reato ad essere giudicata entro un determinato termine. Il tempo della punibilità è un tempo cronologico, un tempo vuoto o, meglio, indifferente a tutto ciò che si materializza durante il suo fluire, in particolare, alla condotta dei soggetti interessati; un tempo, il cui strumento di misurazione è il calendario. Il tempo dell’agire giudiziario è invece tempo giuridico, scandito dall’interazione dei protagonisti, dal susseguirsi di fatti interruttivi e sospensivi; un tempo, il cui strumento di misurazione è la norma. Il tempo della prescrizione del reato scorre in modo lineare e costante, mentre nella clessidra del processo la sabbia defluisce in modo discontinuo, conoscendo pause ed intervalli. Non possono decorrere insieme: fino a quando decorre il primo, il secondo non è iniziato; quando inizia il secondo, l’altro si ferma. La sequenza attuale «periodo di base + addizionale fino a un mezzo per l’intervento di fatti interruttivi», non ha molto senso: non sono frazioni temporali sommabili, ma alternative; l’una non sale sulle spalle dell’altra, ma le toglie il testimone. Come si può spiegare che, a parità di gravità di reato (per es. a prescrizione decennale) e di complessità di accertamento, il processo possa durare quasi quindici anni o poco piú di cinque a seconda che la notizia di reato sia emersa immediatamente o dopo nove anni dalla sua commissione? La domanda retorica non sta ad esprimere una generica preferenza per un sistema dalle linee euclidee, bensí la denuncia di una insensatezza che deve essere rimossa, perché dove manca la razionalità piú facilmente si annidano l’arbitrio e l’ingiustizia. Ed infatti, nel primo caso, l’autorità giudiziaria sa di poter gestire senza alcuna sollecitudine il processo, nel secondo, l’imputato sa di poter puntare, attraverso una oculata strategia dilatoria, alla prescrizione. Diversa sarebbe la situazione, se il processo avesse una sua autonoma durata legale, costante, pur nel variare — del tutto casuale — del momento di avvio.
La distinzione restituirebbe autonomia e plausibilità di ratio a due differenti fenomeni di rinuncia all’esercizio del magistero punitivo, attualmente confusi in un unico meccanismo estintivo: il primo presume e certifica l’oblío della collettività rispetto a fatti pregressi; il secondo attesta la non protraibilità della pretesa punitiva nei confronti di un soggetto, perché oltre un certo lasso di tempo l’accertamento del fatto-reato è ritenuto minusvalente rispetto al pregiudizio recato all’imputato dall’ingiustificato prolungarsi del procedimento giudiziario. Fenomeni differenti anche in ordine alle conseguenze del loro operare: la prescrizione del reato produce un effetto preclusivo erga omnes; la prescrizione del processo soltanto nei confronti dei suoi destinatari. Realizzata la distinzione, molti istituti riacquisterebbero funzionalità e coerenza sistematica. Si pensi alla sospensione del corso della prescrizione (art. 159, 1° comma, c. p.): nell’attuale ottica sostanzialistica, vale a dire di obliterazione della punibilità per eccessiva distanza dal fatto-reato, è priva di senso; mentre lo riacquisterebbe in una prospettiva esclusivamente volta ad assicurare al processo una durata sí congrua, al netto, però, di giustificati ed inevitabili ritardi.
L’an e il quomodo delle due tutele è scelta politica, di cui è sindacabile soltanto, come vedremo, la ragionevolezza. Nonostante autorevoli opinioni di segno contrario, infatti, penso che la prescrizione non possa ritenersi, in nessuna delle due varianti appena illustrate, né imposta, né vietata dalla Costituzione.
Quanto alla prescrizione del reato, infatti, non sembra possa farsi discendere dalla Carta fondamentale l’obbligo di prevederla, l’obbligo, cioè, per il legislatore ordinario di stabilire una sorta di «limite biologico» oltrepassato il quale, il fatto perderebbe la sua «pelle» giuridica. Si è sostenuto che in un ordinamento a carattere «personalistico» qual è il nostro, la prescrizione del reato abbia un sicuro fondamento costituzionale, soprattutto nell’art. 2 Cost., che tutela i diritti inviolabili dell’uomo, ma anche in un reticolo di principi costituzionali volti a proteggere il libero sviluppo della personalità umana, che sarebbe menomato, se non irrimediabilmente compromesso, dalla permanente sottomissione alla «spada di Damocle» del processo e della pena. Si potrebbe osservare che il rilievo si basa su considerazioni di tipo extragiuridico, di assai malfermo fondamento. Risulta che persino i criminali nazisti abbiano trovato nel passare del tempo, e nell’autogiustificazione che la coscienza è sempre cosí prodiga ad elargire, gli antidoti efficaci per condurre una vita nella pienezza delle sue possibilità. Si potrebbe osservare che, a ragionare cosí, i reati imprescrittibili sarebbero sempre incostituzionali, mentre per taluni delitti contro l’umanità sono le stesse Carte internazionali dei diritti dell’uomo a sancire l’imprescrittibilità. Si potrebbe osservare che almeno di pari dignità, e non meno meritevole di tutela, sarebbe allora l’interesse della vittima o dei suoi congiunti a non vedersi lasciati al loro dolore e ad un’esistenza non pacificata, perché senza giustizia. Ma è nel suo nucleo irriducibile che la tesi non convince. Si dice che il periodo trascorso in attesa di un’eventuale inchiesta penale a suo carico sia, per il colpevole, spesso piú afflittivo della stessa pena che meriterebbe. Se cosí fosse, colui che, allo scadere della prescrizione del reato (poniamo dei quindici anni dal fatto), per il compimento di un atto interruttivo non potesse lucrare della medesima e subisse anzi un lungo processo (per piú di sette anni) e, quindi, la congrua condanna (poniamo venti anni di reclusione) subirebbe, a parità di responsabilità, una pena piú che doppia rispetto a chi avesse avuto la «fortuna» di un processo per direttissima subito dopo la commissione del fatto.
Sembrerebbe piú facilmente sostenibile un obbligo costituzionale di prevedere la prescrizione del processo. Non soltanto perché apparirebbe intuibilmente piú meritevole di tutela, rispetto all’interesse del colpevole di evitare il disagio esistenziale di una prospettiva di punizione della propria condotta, quello del presunto innocente accusato di un reato a vedere chiarita nel minor tempo possibile la propria posizione rispetto all’infamante addebito. Ma soprattutto per l’enunciato di cui al 2° comma dell’art. 111 Cost., che fa carico alla legge di assicurare la ragionevole durata del processo. Mi sembra, tuttavia, che da tale norma non si possa far discendere un obbligo costituzionale di prevedere termini di prescrizione del processo, per un triplice ordine di considerazioni. Anzitutto, anche a voler concedere che la prescrizione possa costituire strumento di realizzazione della ragionevole durata del processo, non sarebbe che uno dei mezzi per assicurarla, e la Costituzione vincola in ordine al raggiungimento del fine, non all’utilizzo del mezzo. In secondo luogo, la stessa impone alla legge l’obbligo positivo di assicurare la ragionevole durata del processo giurisdizionale (cfr., ad es., artt. 49, 3° comma e 477 c. p. p.), non di sanzionarne l’irragionevole durata. Ma vi è una terza e decisiva considerazione: l’art. 111 Cost. non pretende un processo comunque breve, anche a costo di abdicare al suo compito istituzionale di verifica del fondamento dell’accusa. Il principio costituzionale obbliga il legislatore a porre le condizioni affinché un processo — come si è detto — duri tutto il tempo e soltanto il tempo necessario per assicurare la garanzie della giurisdizione; vuole che siano banditi inutili o comunque evitabili ritardi.
Esclusa l’esistenza di vincoli costituzionali sia per la prescrizione del reato che per la prescrizione del processo, qui ci si deve chiedere se questa sia proprio necessaria. In un ordinamento in soddisfacente equilibrio se ne potrebbe anche prescindere, limitandosi a sanzionare la durata irragionevole di singoli, eccezionali casi. Negli Stati Uniti, infatti, in cui la concentrazione del giudizio non è una declamazione cartacea come da noi, si prevede un termine dal fatto-reato entro il quale deve iniziare il processo (statute of limitations), dopo di che non vi sono piú vincoli prescrizionali, ma vi è la possibilità per il giudice di pronunciare la «sanzione» del dismissal, nel caso in cui il processo sia stato ingiustificatamente lungo. Non è certo la situazione in cui versa il nostro sistema. Se c’è un punto su cui si registra un consenso unanime è proprio sulla intollerabile durata dei nostri processi penali. Naturalmente l’unico rimedio sano sarebbe individuarne e curarne le cause. Poiché, però, i tempi attuali non consentono di coltivare illusione alcuna al riguardo, forse è il caso — anche se è conclusione deprimente — di non rinunciare neppure alla terapia sintomatica apprestata dalla prescrizione (altrimenti, una buona parte dei 200.000 processi che, con trend crescente, oggi sono anzitempo definiti dalla declaratoria di prescrizione, si riverserebbero verosimilmente sulle Corti di appello e sulla Corte di Strasburgo per il riconoscimento dell’irragionevole durata).
Ma qui sta il vero cuore del problema: bisogna assolutamente evitare di produrre patologie iatrogene, cioè causate dal medico e dalla medicina somministrata, come invece già accade e ancor piú accadrebbe se venisse approvata la cosiddetta riforma ex Cirielli. Nel manovrare lo strumento della prescrizione processuale, infatti, è doveroso avere una consapevolezza: si tratta di agente terapeutico e patogeno ad un tempo. Da un lato, induce nell’autorità giudiziaria sollecitudine ed economie organizzative per scongiurarla; dall’altra, spinge le parti private ad escludere definizioni anticipate e a protrarre con ogni mezzo il processo — alludo soprattutto alle impugnazioni — per lucrarne gli effetti estintivi. L’ideale, e siamo nell’ovvio, sarebbe un meccanismo in grado di propiziare il primo tipo di effetti, senza dare alcuno spazio al secondo. Obbiettivo che non appare realisticamente conseguibile nel breve periodo, ma verso il quale ci si deve incamminare sin d’ora, essendo insostenibile l’alta percentuale di esiti abortivi per prescrizione dei nostri processi. Non può non essere condiviso, infatti, il monito lanciato da Marinucci, nell’ultimo convegno De Nicola: «se l’impunità raggiunge livelli percepiti come intollerabili, si erge — non dai libri, ma dalla realtà — il mostro impressionante e terribile della “legge e ordine”, che tappa la bocca ad ogni discorso razionale di politica criminale». E mi sembra che preoccupanti procellarie già si avvistano all’orizzonte (proposte di «tolleranza zero» con i minorenni e con gli extracomunitari, invocazione di taglie e istanze di ripristino della pena di morte, et similia).
A parte il sistema statunitense, che si cala in un contesto diversissimo, negli ordinamenti a noi piú vicini si è cercato di risolvere il problema in vario modo, ma sostanzialmente rendendo di fatto irraggiungibile con strategie dilatorie il traguardo della prescrizione «processuale». Nel sistema francese l’azione, iniziata prima dell’estinzione del reato, si prescrive in un termine pari a quello previsto per la prescrizione del reato, non tenendo conto dei periodi di sospensione. Nel sistema spagnolo, una volta iniziato il procedimento, i termini di prescrizione sono interrotti e decorrono da capo, e cosí anche in seguito ogniqualvolta venga compiuto un atto propulsivo del procedimento, senza che vi sia un perimetro temporale invalicabile. Nel sistema tedesco, la prescrizione del procedimento si verifica in un termine pari al doppio di quello previsto per la prescrizione del reato e, soprattutto, non opera dopo la sentenza di primo grado.
Vorrei provare ad esporre schematicamente una soluzione forse piú acconcia alla peculiare situazione italiana. La espongo con molta umiltà, con qualche residuo dubbio e con la certezza che sarà subito al centro della disattenzione generale. Certo la guarderanno con infastidita iattanza quei magistrati che pensano, se in buona fede la cosa è ancor piú preoccupante, che i mali della giustizia penale italiana siano da ricercare tutti nell’eccesso di garanzie e nella condotta degli avvocati; che fingono di ignorare quanta parte del dissesto sia addebitabile a deficienze organizzative, a tralatizio lassismo, ad una comoda cultura del rinvio. La guarderanno con infastidita iattanza quegli avvocati che percepiscono l’inefficienza della giustizia come un loro irrinunciabile successo (secondo il motto, questa mattina efficacemente deprecato da Coppi, «ogni rinvio è una vittoria»), non accorgendosi di immiserire cosí il loro alto officio, la cui credibilità è riflesso della credibilità del sistema in cui operano. La guarderanno con infastidita iattanza quei giuristi che sono da tempo preoccupati di trovare non già la ricetta migliore, ma quella piú gradita al palato del referente politico di turno. Ma comunque non è a loro che mi rivolgo, io mi rivolgo a quanti come me, con le stesse intenzioni, anche se con ben altri mezzi, si aggirano sconcertati intorno alla «casa giustizia» che brucia, guardano con allarme quelle fiamme che rischiano di propagarsi all’intero «quartiere democrazia» e non sanno bene neppure da che parte cominciare a riversare il piccolo o grande secchio d’acqua che hanno in mano. Angosciati, disorientati, ma non rassegnati.
Tento di sintetizzare in poche battute il sistema che ho in mente, tributario, naturalmente, delle importanti riflessioni già svolte in argomento (molte, proprio nel precedente Convegno De Nicola). La ferita sociale del delitto può essere sanata in due modi: con la cicatrizzazione del tempo o con la sutura operata da un giudice. La prima evenienza ricorre quando l’apparato giudiziario non sa, non vuole o non riesce ad intervenire: dopo un certo numero di anni la società valuta piú funzionale alla stabilità sociale l’oblío, piuttosto che la riesumazione dell’evento (prescrizione del reato). Quando, invece, prima che maturi la prescrizione del reato, gli organi giudiziari deputati promuovono l’accertamento della responsabilità, imputandola ad un soggetto determinato, non vi è piú il decorso inerte del tempo, l’azione silente di Cronos: la collettività non vuole dimenticare. Vi sono indizi di reità e se ne vuole verificare il fondamento. Il decorso del termine di prescrizione del reato si ferma per sempre. La domanda di giustizia non può piú essere tacitata dal tempo, deve trovare una risposta nella sentenza del giudice. Ma ciò non può avvenire in un tempo indefinito: l’accusato ha diritto di conoscere il responso giudiziario in un tempo congruo, decorso il quale, il giudice deve emettere un provvedimento di non doversi procedere (prescrizione del processo).
Se la sentenza, invece, viene pronunciata entro il termine previsto per la prescrizione del processo, si possono prefigurare due situazioni. 1) Il pubblico ministero impugna; restando irrilevante che impugni anche l’imputato o altra parte privata. L’ordinamento ammette — per il suo tramite — che non ha ancora fornito la giusta risposta giudiziaria in ordine all’accusa mossa: i termini di prescrizione del processo continuano a decorrere. Il giudice dell’impugnazione deve pronunciare una sentenza di non doversi procedere per prescrizione del processo, se questi dovessero maturare prima della sentenza di merito. 2) Impugna il solo imputato per chiedere un controllo del fondamento della sentenza, che il p. m., e, per il suo tramite, l’ordinamento, ritengono invece giusta. La posizione soggettiva dell’imputato muta: da diritto ad essere giudicato entro un determinato tempo a diritto ad un controllo della correttezza del giudizio subíto. I termini della prescrizione non decorrono. Resta all’interessato il diritto, comunque, di lamentare l’eventuale irragionevole durata del processo, ove questo si protragga ingiustificatamente. Nel vano tentativo di prevenire gli alti lai che verranno levati da un certo oltranzismo forense, vorrei precisare che non si vuole certo lasciare l’imputato alla mercé di tempi processuali geologici. L’accertamento della irragionevole durata del processo da parte di istanza nazionale o sopranazionale potrebbe dar luogo ad esiti che vanno dall’equo indennizzo alla ineseguibilità della pena. Una interessante soluzione intermedia è quella, forgiata in Germania dalla giurisprudenza ed avallata dalla Corte costituzionale, di concedere attenuanti in considerazione dell’entità del pregiudizio subito dall’imputato per l’irragionevole protrarsi del processo.
L’importante è che la verifica avvenga ex post, in modo da ristorare l’interessato per l’eccessiva durata incolpevolmente patita, non da premiarlo per quella callidamente procurata. Il sistema cosí congegnato disincentiverebbe fortemente l’impugnazione del pubblico ministero (specie quella diretta ad ottenere soltanto un inasprimento sanzionatorio), ben consapevole che coltivare un gravame significherebbe esporre il processo al rischio prescrizione. Ma disincentiverebbe, altresí, l’impugnazione strumentale dell’imputato, che non potrebbe piú puntare ad un esito abortivo del procedimento.
Sarebbe bene, poi, che i casi di prescrizione del processo o di sua verificata, irragionevole durata venissero comunque sempre inoltrati ad una apposita autorità di controllo per accertare eventuali responsabilità degli organi statali. È pur vero che potrà essere difficile appurare nel singolo caso negligenze aventi adeguata efficienza causale, ma è altrettanto vero che un costante monitoraggio degli uffici giudiziari fotograferebbe i maggiori punti di sofferenza del sistema giudiziario, consentendo di assumere provvedimenti mirati, riguardanti le risorse e gli organici degli uffici, se la causa dovesse risultare di carattere oggettivo, oppure i singoli magistrati, se dovesse invece ravvisarsi in negligenze, incapacità o accidia professionale.
Nessuna pretesa, naturalmente, di aver trovato la quadratura del cerchio, ma soltanto l’indicazione di una possibile direzione di marcia. Mentre è certo che si muove in senso opposto, rispetto a quello auspicabile, la proposta di riforma all’esame del Parlamento. A tutti i limiti dell’attuale disciplina, riesce con sorprendente efficacia e fantasia ad aggiungerne di nuovi.
Tralascio il rilievo, un po’ scontato, in ordine al carattere ad personam di tale proposta nella sua ultima versione parlamentare, che ha indotto l’originario relatore del disegno di legge, il deputato Cirielli, ad un significativo disconoscimento di paternità: sull’attuale testo sono impresse nitidissime impronte digitali. L’obiezione secondo cui le norme in predicato di essere convertite in legge saranno applicabili non soltanto a ben determinati imputati eccellenti, ma a tutti coloro che verseranno nella medesima situazione, è argomento ineffabile; a condividere il quale, perderebbe i caratteri della generalità ed astrattezza soltanto quella legge che indicasse espressamente nome e cognome dei suoi destinatari. Forse, una visione un po’ troppo riduttiva dell’art. 3 Cost. Già Anatole France spiegava quanto sia facile irridere il principio di uguaglianza: «la legge vieta ai ricchi quanto ai poveri — diceva causticamente — di fare accattonaggio e di vivere sotto i ponti». Ma forse non tutti l’hanno letto, o, pur avendo letto, non l’hanno capíto o, pur avendolo capíto, non l’hanno apprezzato.
Prescindo, altresí, dai tanti rilievi tecnici che sono stati già autorevolmente formulati, limitandomi ad alcune sintetiche notazioni aggiuntive in ordine sparso, riguardanti profili su cui si è meno soffermata l’attenzione dei primi commentatori.
Mi sembra che l’emanando provvedimento legislativo soffra di un certo «strabismo» in ordine alle scelte di politica criminale: da un lato, si abbattono drasticamente i tempi di prescrizione dei delitti di gravità medio-alta, in base all’esplicito assunto secondo cui il decorso del tempo muta le persone e consuma l’interesse della collettività a rivangare episodi ormai consegnati all’oblío; dall’altra, contraddittoriamente, si tiene conto anche di episodi remoti (ad es. un furto al supermercato di trent’anni prima) per accrescere a dismisura i termini di prescrizione e la risposta sanzionatoria nei confronti di chi delinque una seconda volta.
La riforma all’esame del Parlamento, inoltre, combinando criteri eterogenei ai fini del calcolo del termine prescrizionale, crea alcune singolari incongruenze. Ad esempio, tale termine sarebbe da valutare in trent’anni per il reato di omicidio, ma anche per quello di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi (che ci sia lo zampino del ministro Sirchia? È vero che il fumo fa male, ma forse si sta esagerando). Il periodo di prescrizione sale addirittura, incredibilmente, a quarantotto anni per il delitto di traffico di stupefacenti, o a quaranta per chi induce all’accattonaggio una persona mantenuta in uno stato di soggezione.
In base alla normativa approvata dalla Camera dei deputati, il nuovo time-limit della prescrizione, se si verificano fatti interruttivi o sospensivi, dovrebbe essere calcolato, di regola, aumentando il periodo base (pari al massimo della pena edittale comminata per il reato) di un quarto, ovvero della metà per il recidivo, di due terzi per il recidivo reiterato e del doppio per il delinquente abituale, professionale, per tendenza ovvero per l’imputato di uno dei reati di cui all’art. 51, 3° comma bis, c. p. p. Parametri di calcolo tanto eterogenei (taluni, oltretutto, assolutamente eccentrici rispetto alla filosofia dell’istituto della prescrizione) non mancheranno di generare seri problemi applicativi. Ove, ad esempio, fosse imputato di uno dei reati di cui all’art. 51, 3° comma bis, c. p. p. un recidivo, come ci si dovrebbe regolare? Al periodo prescrizionale di base andrebbe aggiunto l’incremento previsto per la tipologia di autore ovvero per la tipologia di reato ovvero per entrambi? Se applicassimo soltanto l’aumento per la recidiva giungeremmo all’assurdo di riservare un trattamento piú favorevole, tra imputati di un reato contemplato nell’art. 51, 3° comma bis, c. p. p., a quello che fosse anche recidivo. Se applicassimo soltanto l’aumento collegato alla tipologia di reato, non distingueremmo tra delinquente incensurato e recidivo, contraddicendo smaccatamente la filosofia dell’intero provvedimento legislativo. Se sommassimo gli aumenti previsti per la circostanza soggettiva e per quella oggettiva, il periodo prescrizionale complessivo veleggerebbe verso il secolo. Insomma, l’alternativa per l’interprete sembra desolatamente segnata: l’incostituzionalità o l’assurdo.
Il tempo a mia disposizione non mi consente di esporre ulteriori rilievi critici sul disegno di legge in questione. L’onestà intellettuale non mi consente di tacere, però, quello che secondo me è il piú pernicioso dei difetti di questa riforma: la nuova disciplina della sospensione. Questa, attualmente, è una sorta di time-out, come nel basket, un tempo «ritagliato», scomputato da quello cronologico: è come se l’«orologio giuridico» si fermasse per tutta la durata della sospensione. Stando alla normativa approvata dalla Camera dei deputati, invece, anch’essa viene computata nel termine massimo di prescrizione. Non sfugge la differenza. Con il sistema attuale, è un po’ come se gli organizzatori di questo convegno avessero detto: «dovete sorbirvi la relazione di Giostra per un massimo di un’ora; potete anche assentarvi per prendere un caffè, fumare una sigaretta, fare una telefonata, ma il tempo del break non verrà considerato e il tempo della relazione riprenderà a decorrere al vostro ritorno». Secondo la riforma in discussione, invece, l’avvertimento suonerebbe cosí: «durante la relazione ciascuno è libero di alzarsi e allontanarsi per un caffè, una sigaretta, una telefonata: in ogni caso la relazione non potrà protrarsi oltre il termine massimo previsto». Praticamente, se fosse già operativa la nuova disciplina della sospensione, starei qui a sproloquiare da solo. Perché questo ha di perverso il meccanismo proposto: rischia di premiare le condotte dilatorie, che si dovrebbero invece punire o almeno non rendere paganti. È come se una persona potesse salire su un treno eurostar, tirare il freno e poi alla stazione chiedere di essere indennizzato per il ritardo.
A preoccupare, tuttavia, non è tanto l’enormità dell’infortunio tecnico, ma sono piuttosto le ripercussioni piú generali che questa ed altre soluzioni similari recentemente proposte, potrebbero avere sul sistema giustizia, tanto nella sua dimensione reale, quanto nella sua percezione sociale. Meccanismi di questo tipo, infatti, finiscono per privilegiare le difese piú agguerrite e smaliziate, gli imputati che possono sostenere le spese di un processo per molti anni e contare su importanti compiacenze. E in una giustizia come la nostra, in cui già la gestione degli strumenti processuali fa troppo spesso premio sulla posizione sostanziale dell’imputato rispetto al fatto di cui è accusato, bisogna evitare con cura di introdurre meccanismi che, accortamente strumentalizzati, possano trasformare la giustizia in un «processo sul processo», deviandola dal giudizio sulla res iudicanda verso un giudizio sterilmente autoreferenziale, quasi autistico.
Noi siamo abituati a concepire il processo come uno strumento cognitivo, come una sorta di dialisi che serve per distinguere l’innocente dal colpevole. Da qualche tempo, però, questa dialisi serve solo per distinguere l’imputato punibile, perché sprovveduto, indigente o mal difeso, da quello che è troppo forte o troppo ben assistito per poter essere punito. Asserzione, questa, che suona un po’ retorica, ma che trova facile riscontro nella realtà: se guardiamo alla «torta» statistica delle imputazioni, vediamo un caleidoscopio di tipologie d’autore molto piú variegato di quello relativo alle condanne, a sua volta di gran lunga piú variegato di quello concernente i condannati in esecuzione di pena carceraria, ormai scandalosamente ridotto a pochissime categorie: extracomunitari, tossicodipendenti, rom, underdog. Possibile che la presunzione di non colpevolezza operi per categorie sociologiche di imputato? O non è piú verosimile che alcune tipologie d’autore riescano a fare del processo lo strumento non per verificare, ma per vanificare il dovere di punire dello Stato? Si sta affermando, negli ultimi anni, una sorta di «darwinismo giudiziario», per cui solo i piú forti vanno indenni dalla condanna penale. Come processualpenalisti ci siamo sempre rifatti all’art. 3 Cost., per evitare o rimuovere inaccettabili diseguaglianze di trattamento normativo. Ad esso dovremmo continuare a fare riferimento, ma non al primo, bensí al secondo comma, là dove vuole lo Stato impegnato a rimuovere gli ostacoli di carattere sociale ed economico che si interpongono alla realizzazione della giustizia e dell’uguaglianza. Meccanismi come quello che il Parlamento si accinge ad introdurre, al di là di una formalistica parità di trattamento, discriminano di fatto gli imputati in base alle loro condizioni economiche e sociali.
Credo proprio che il tempo della mia relazione sia ormai prescritto; con grande sollievo vostro, ma anche mio, poiché — come ci hanno di recente insegnato — quando c’è la prescrizione, non si può valutare il merito.
-----------------------
(*) Testo della relazione tenuta al Convegno «Enrico de Nicola» su «Per una giustizia penale piú sollecita: ostacoli e rimedi ragionevoli», svoltosi a Milano il 18-19 marzo 2005, i cui atti saranno pubblicati presso la casa editrice Giuffrè.

nausicaa1981

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #7 il: 07 Lug 2011, 15:07 »
Ciao, scusatemi ma ho un piccolo dubbio:
- data commesso reato 01.01.2005, pena edittale massima 5 anni.
Se nn vi è alcun atto interruttivo si prescriverà 01.01.2011.
Se tra l'01.01.2005 e 01.01.2011 interviene qualche atto interruttivo o anche più di uno, la prescrizione - in ogni caso- si sposterebbe a 5 anni più 1/4 = 75 mesi e cioè 6 anni e 3 mesi= 01.04.2011.
Il mio calcolo è corretto?
Grazie

an

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #8 il: 07 Lug 2011, 19:08 »
che reato ha commesso il primo dell'anno ?

nausicaa1981

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« Risposta #9 il: 07 Lug 2011, 19:27 »
ma dai si fa per dire il primo dell'anno...
qualcuno mi sa aiutare xfavore?

ddl21

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« Risposta #10 il: 07 Lug 2011, 19:39 »
C'era quello che aveva commesso un reato alle 23.40 del giorno del suo diciottesimo compleanno e la Cassazione ha deciso che era competente il Tribunale dei minori...

Citazione da: "an"
che reato ha commesso il primo dell'anno ?


Il calcolo mi sembra corretto se non c'è recidiva o aggravanti speciali o sospensioni della prescrizione.

nausicaa1981

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« Risposta #11 il: 08 Lug 2011, 20:15 »
Nessuna recidiva nè aggravanti speciali nè sospensione.
Il mio dubbio era quello se, nel caso di causa interruttiva, bisogna aggiungere al massimo della pena prevista per il reato ascritto + 1/4, ovvero bisogna cominciare a calcolare nuovamente la prescrizione dalla data in cui è intervenuto l'atto di interruzione?
Secondo me il 161 c.p. è per la prima soluzione, ma ce chi sostiene, invece, la seconda

ddl21

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« Risposta #12 il: 08 Lug 2011, 20:32 »
Teoricamente ricomincia a decorrere, ma comunque il termine totale (cioè dalla consumazione) non può superare il  limite edittale aumentato di un quarto.

11homer11

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« Risposta #13 il: 16 Lug 2012, 11:24 »
Citazione da: "nausicaa1981"
Ciao, scusatemi ma ho un piccolo dubbio:
- data commesso reato 01.01.2005, pena edittale massima 5 anni.
Se nn vi è alcun atto interruttivo si prescriverà 01.01.2011.
Se tra l'01.01.2005 e 01.01.2011 interviene qualche atto interruttivo o anche più di uno, la prescrizione - in ogni caso- si sposterebbe a 5 anni più 1/4 = 75 mesi e cioè 6 anni e 3 mesi= 01.04.2011.
Il mio calcolo è corretto?
Grazie



Dipende che reato è (delitto o contravvenzione)


Comunque se non vi sono atti interruttivi il reato è estinto per intervenuta prescrizione il 01.01.2010 (applicando la vecchia normativa) più favorevole a quella vigente.

In caso di delitto e vi sono atti interruttivi il reato si "prescrive" in 7 anni e mezzo (l'aumento devi farlo sui sei anni..non sui cinque!)

In questo caso vecchia e nuova legge sono uguali (5 anni + la metà o 6 + un quarto fa sempre 7.5): il reato si prescrive in data 01.07.2012. capito?

diverso discorso per le contravvenzioni

Nevermind3r

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #14 il: 09 Ott 2012, 13:34 »
Salve ragazzi mi innesto su questo topic così evito di aprirne uno nuovo.
Sto cercando di valutare se sollevare una questione di prescrizione per un reato continuato iniziato nel 2006 e "conclusosi" (diciamo così, per interderci meglio) nel 2009.
Ora il reato ricade nella tipologia dei delitti e ha una pena max di 5 anni. Dunque il conteggio va fatto con i 6 anni previsti dall'art. 158 c.p.
Così calcolando si è prescritta solo la condotta relativa all'anno 2006 o l'attività criminosa in toto?
Esprimo la mia opinione al riguardo: il termine della prescrizione decorre per il reato consumato dal giorno della consumazione: il testo riformato dell'art. 158 c.p. ha escluso infatti che, in caso di reati contestati in continuazione, il termine di prescrizione possa decorrere dalla data di cessazione della continuazione.
Dunque, a mio avviso, tutta l'attività criminosa (compresa quella conclusasi nel 2009) si troverebbe a beneficiare della prescrizione così come concepita dal Legislatore a seguito della riforma...
Me lo confermate anche voi o c'è qualcosa che mi sfugge?

an

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Calcolo del termine della prescrizione
« Risposta #15 il: 09 Ott 2012, 18:13 »
Sarebbe bello, nevermind, eh?

Ma la Cass. spiega, sebbene a mio avviso non ci fossero grandi problemi interpretativi a riguardo che :

Sez. F, Sentenza n. 34505 del 26/08/2008 Ud.  (dep. 01/09/2008 ) Rv. 240671
Presidente: De Roberto G.  Estensore: Macchia A.  Relatore: Macchia A.  Imputato: P.G. in proc. Giorgi. P.M. Febbraro G. (Conf.)
(Annulla con rinvio, Trib. Rimini, 25 Giugno 2007)
609 REATO  -  122 REATO CONTINUATO - IN GENERE

REATO - REATO CONTINUATO - IN GENERE - Prescrizione - Nuovo testo dell'art. 158 - Termine iniziale - Differenziazione rispetto alle singole violazioni - Necessità.
In caso di reato continuato, qualora debba farsi applicazione della disciplina più favorevole dettata, per la prescrizione del reato, dall'art. 158 cod. pen., come modificato dalla L. 5 dicembre 2005 n. 251, il termine iniziale della prescrizione non può essere individuato, per tutte le violazioni, in quello dell'inizio della condotta criminosa, e cioè in quello della commissione della prima di esse, ma va fissato, per ciascuna, nella relativa data di consumazione.

Nevermind3r

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« Risposta #16 il: 10 Ott 2012, 11:18 »
...dunque An mi confermi quanto previsto anche in termini di prescrizione per  i reati di natura tributaria.
Ovvero che i reati vanno in prescrizione secondo scadenza annuale e non altrimenti.

an

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« Risposta #17 il: 10 Ott 2012, 16:25 »
tieni presente che ai 6 anni devi aggiungerci un quarto ovvero un anno e mezzo se vi sono stati atti interruttivi della prescrizione ( decreto di citazione diretta a giudizi ad es. vedi art. 160-161 c.p.) e quindi la soglia prescrizionale è di 7 anni e mezzo

Per quanto riguarda i reati tributari se ad es. è contestata una continuata evasione IRPEF/IRPEG o IVA ,nei termini in cui l'illecito amministrativo diventa illecito penale, direi che si può applicare la sopra citata sentenza della Cass.  , considerando altresì che la violazione si commette al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi che ha cadenza annuale

Nevermind3r

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« Risposta #18 il: 11 Ott 2012, 10:51 »
...il tutto ovviamente senza tralasciare la riforma dell'attuale governo che pone dei ritocchi verso l'alto per i termini di prescrizione in tema di reati tributari.

Nevermind3r

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« Risposta #19 il: 11 Ott 2012, 11:28 »
Un'ultima curiosità vista la delicatezza della vicenda di cui si parla.
Premesso che il fatto è iniziato nel 2006 e posto in continuazione sino al 2009, se la norma che lo sanziona è stata varata soltanto nel 2008, posso escludere soltanto le condotte degli anni pregressi (dunque 2006 e 2007), oppure c'è un modo per inserirvi anche le condotte successive proprio in virtù dell'istituto della continuazione formale?

an

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« Risposta #20 il: 11 Ott 2012, 17:47 »
Si.
Se ai tempi il fatto non era previsto dalla legge come reato puoi chiedere una sentenza di NDP per quel periodo storico indipendentemente dalla natura di reato continuato.
Ripeto, però , che poi dovresti difenderti nel merito per i periodi non prescritti.
Si può sapere di che  reato si tratta ?

Nevermind3r

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« Risposta #21 il: 07 Nov 2012, 18:10 »
Scusa An se rispondo con tardività al tuo msg ma solo ora sto rileggendo tutto il topic e mi sono accorto della mia maleducazione... Chiedo ancora venia :oops:
Certo che si può sapere il reato.
Il capo di imputazione contestato è contenuto nell'art. 55 II comma D. L.vo 231/07.
Tale condotta viene contestata dal 2006 al 2009 senza considerare che l'imputato nel 2006 non poteva essere perseguito retroattivamente e nel 2007 non aveva commesso alcunché (ciò è provato tramite documentazione bancaria del medesimo).
Ora il dubbio era proprio questo: non rilevare quest'ultima circostanza ma portare la questione per le lunghe (visto che si dovrà tenere ancora la I ud.), con la speranza che trascorrano i 7 anni e 1/2 (calcolandola dal 2006) e rilevare la prescrizione (a metà 2013), oppure eccepire sentenza di NDP per gli anni 2006 e 2007 ma restare con gli altri 2 in sospeso ed organizzare la difesa di conseguenza.

an

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« Risposta #22 il: 07 Nov 2012, 18:27 »
non ti devi scusare di nulla

la prospettiva però non cambia. Puoi richiedere tutto anche in sede di discussione ...per il periodo nel quale il fatto non era previsto dalla legge come reato NDP .....per il 2007 assoluzione....per gli altri due organizza la difesa...
La durata del processo non dipende da te..al limite puoi depositare una lista testi per allungare un po' il brodo...

nigripennis

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    se fossi un cioccolatino, sarei un boero
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« Risposta #23 il: 07 Nov 2012, 18:33 »
(devo sculacciare qualcuno?
Citazione da: "Nevermind3r"
mi sono accorto della mia maleducazione...

 :D )

Nevermind3r

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« Risposta #24 il: 07 Nov 2012, 18:34 »
Pienamente d'accordo con te su tutta la linea.
Forse l'unica indecisione verte il fatto di evidenziare o meno la questione della irretroattività della norma in sede di I udienza, chiedendo formalmente al giudice di restituire gli atti al pm per riformulare il capo di  imputazione.... e magari guadagnare un altro po' di tempo.
Anche perché dubito di trovare il magistrato / vpo che seduta stante si prenda la briga di modificare l'imputazione in corso di udienza....

 

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